Energia sporca

La giornalista maltese Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba lo scorso 16 ottobre. Grazie ai Panama Papers aveva ricostruito sul suo blog, più letto di tutti i quotidiani del paese, una complessa trama di corruzione ed evasione fiscale che aveva Malta come fulcro e che arrivava fino al premier Muscat.

La moglie del Primo Ministro sarebbe proprietaria di una società di facciata panamense; questa avrebbe ricevuto un milione di dollari da un’altra società fittizia di proprietà della figlia del presidente azero Leyla Aliyeva, attraverso conti correnti della banca Pilatus. Inoltre, su questi conti il premier avrebbe ricevuto tangenti per concedere passaporti maltesi a ricchi cittadini russi e permettergli di evadere il fisco nell’isola del Mediterraneo, che è un autentico paradiso fiscale.

Il filo rosso che porta all’energia sporca non era ancora stato svelato del tutto quando Caruana Galizia è morta. Il capo dello staff del Primo Ministro e il Ministro dell’Energia sarebbero proprietari di altre 2 società fittizie a Panama. A chiudere il quadro ci sarebbe il fatto che la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaijan SOCAR è una dei proprietari di ElectroGas Malta, che sta costruendo un terminal di rigassificazione del gas liquido azero e una centrale elettrica per mezzo miliardo di euro. Le opposizioni sostengono che il Governo abbia garantito di comprare energia dalla nuova centrale per 18 anni al doppio del prezzo che avrebbe potuto pagare altrimenti. Per non parlare di tutto quello che si muove all’ombra di queste grandi operazioni: la rete del contrabbando di petrolio libico, ad esempio, avrebbe usato società maltesi per riciclare il denaro e muovere le navi attraverso il Mediterraneo, come rivelano un’indagine della Procura di Catania e la stessa Caruana Galizia sul suo blog.

Trovare gas e petrolio dietro agli scandali di corruzione non è inusuale. Nel 2014 l’OCSE ha pubblicato un report basato su 400 casi di corruzione internazionale dal 1999 a quell’anno. I due terzi erano ascrivibili a solo 4 settori: estrazione di risorse, trasporto e stoccaggio, costruzioni e telecomunicazioni; inoltre, nel 53% dei casi la corruzione è ai vertici delle aziende. Dalla pubblicazione del report la corruzione non si è fermata. A Giugno 2016 il Guardian rivela che nel 2009 in Nigeria la ExxonMobil vinse un appalto anche puntando 2.25 miliardi di dollari in meno della cinese CNOOC. Ad Aprile 2017 Global Witness pubblica email che proverebbero il pagamento di tangenti da parte di Eni e Shell in Nigeria. A Luglio il Dipartimento di Giustizia USA apre un procedimento contro due imprenditori nigeriani che avrebbero pagato tangenti all’ex-Ministro del Petrolio del loro paese, a cui ad Agosto l’ente di controllo nigeriano sequestra 21 milioni di dollari da un conto corrente. E così via.

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La corruzione è endemica nel settore dell’Oil&Gas? Nel dubbio ad Agosto l’amministrazione Trump ha fermato il regolamento contro la corruzione delle compagnie petrolifere, inizialmente introdotto nel 2010 nel Dodd-Frank Act ma mai divenuto realtà. Le aziende avrebbero dovuto pubblicare ogni pagamento sopra i 100’000 dollari effettuato ad enti statali . Le attività di lobbying di ExxonMobil e American Petroleum Institute ne hanno prima rallentato l’attuazione e poi, con Rex Tillerson ex-CEO proprio di ExxonMobil e ora Segretario di Stato, hanno cassato definitivamente il progetto. L’Europa ha comunque approvato una legislazione simile nel 2013.

Ad ogni modo c’è la questione delle operazioni perfettamente legali, che vengono condannate nella sfera etica e politica. Ad esempio, il Governo italiano ha riallacciato i rapporti diplomatici con l’Egitto nonostante il caso Regeni resti aperto. Gli interessi di Eni nel paese nordafricano possono aver contribuito alla decisione: si tratta di 6 miliardi investiti nel giacimento di gas Zhor e di altri 6 siti di estrazione già attivi.

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Riserve di gas Zhor nel Mediterraneo sud-orientale.

Esiste un dibattito accademico di lungo corso riguardo l’effetto di imponenti risorse di idrocarburi sugli Stati. Gli economisti parlano di ‘maledizione delle risorse’, ovvero il fatto che i paesi ricchi di risorse siano caratterizzati da problemi economici, dittature, limitazioni dei diritti umani e violenza, con poche eccezioni. Nell’ambito delle scienze politiche si cerca invece di stabilire se una grande ricchezza di idrocarburi impedisca lo sviluppo della democrazia o semplicemente aiuti a stabilizzare il regime attuale. Il meccanismo è perfettamente legale: un gruppo ristretto di persone si appropria delle risorse di un paese, secondo le sue regole interne quali che siano, e le grandi compagnie straniere le comprano alla luce del sole, spesso foraggiando direttamente dittature violente. Infine, il controllo delle risorse petrolifere viene legato alla lunga storia di ingerenza occidentale in Medio Oriente e in Nord Africa che arriva fino agli ultimi anni.

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